Quando si svegliò stava spiovendo. Era da giorni che il tempo era pessimo.  Il cielo era sempre coperto e spesso pioveva. Era convinto che la pioggia fosse una delle poche cose che si possono amare e odiare contemporaneamente. La detestava perché quando pioveva c’era traffico, soprattutto in centro. Per attraversare la città ci metteva almeno due ore. Poi tutti i colori erano spenti, tutto diventava banale e le foto che scattava rendevano sempre meno di quanto avrebbe voluto. Però in fondo non riusciva a non amarla. Adorava il suo profumo pungente – il petricor –, avrebbe dato qualsiasi cosa pur di potersi addormentare sempre come la sera prima, cullato dal rumore delle gocce che, cadendo, picchiettavano sopra i lucernari del suo bilocale. La pioggia gli faceva anche ricordare di quando sua sorella, da piccola, implorava per poter uscire e saltare nelle pozzanghere, incurante della pioggia, del vento e di tutto il resto. Amava il verde brillante che le foglie assumevano dopo un temporale. Sembravano così piene di energia da condividerne con chi le guardasse.

Si svegliò con una vibrazione dell’iPhone. Si era dimenticato di metterlo in silenzioso, la sera prima. Era una mail. Non la guardò nemmeno, fissò invece l’ora. Ci misero qualche secondo i suoi occhi miopi ad abituarsi alla luminosità dello schermo, poi capì che ormai era tempo di alzarsi. Era molto presto ma gli piaceva svegliarsi prima di qualunque altro nel palazzo. Una luce fioca filtrava dalle tende dei lucernari, non pioveva più ormai.

Si vestì distrattamente, indossò le lenti a contatto e si recò nella stanza accanto, per poi uscire sul minuscolo balconcino di cui il suo appartamento disponeva. Si accese una Luckies e inspirò a pieni polmoni. Non era un fumatore incallito né tantomeno era dipendente dalla nicotina, ma adorava fumare. Fumava solo una sigaretta al giorno, ma quella era una delle cose più belle della sua vita. Da quando si era trasferito, ogni mattina da undici anni, usciva sul quel balconcino e si accendeva una sigaretta. Era un rituale. Si ritagliava apposta dieci minuti al giorno, anche a costo di svegliarsi prima dell’alba, ma tanto a lui non importava. Anzi, per lui svegliarsi presto era bellissimo, perché l’aria era tersa e sul balconcino si poteva sentire una brezza rigida che gli permetteva di schiarirsi i pensieri. Fumò fino alla fine la sigaretta e la spense in un bicchiere pieno di sabbia. Alzò gli occhi e guardò il profilo della città. Quanto era bella Roma. Quindici anni prima l’aveva vista per la prima volta e se ne era talmente innamorato che dopo quattro anni aveva deciso di trasferirsi da Liverpool, di lasciare tutto per poter apprezzare ogni giorno la capitale italiana. Da undici anni abitava in quel bilocale a poche centinaia di metri dal centro e fino ad ora non si era mai pentito delle sue scelte.

Si guadagnava da vivere facendo il fotografo freelancer, non aveva uno studio ma scattava foto per privati e soprattutto vendeva fotografie online, ad archivi digitali o a riviste. Quel giorno, come tutti i giorni, avrebbe girovagato per le strade, scattando decine di foto che poi avrebbe regolato in post-produzione e venduto.

Non era nulla di ché ma lui adorava ciò che faceva. Dietro ogni scatto c’era una storia e anche dietro le cose più banali lui si immaginava un possibile romanzo. Perché quella persona che aveva fotografato il giorno precedente aveva un lungo vestito nero? Era una turista che non voleva attirare attenzioni su sé stessa o forse era appena stata ad un funerale? In questo caso avrà avuto il cuore a pezzi oppure avrà dovuto andarci per imposizione morale della società?

Rientrò in casa, si preparò un caffè lungo – più simile a quello americano che a quello classico di Roma – e aprì il suo notebook per controllare la posta elettronica. Scoprì che la mail che lo aveva svegliato non era altro che una notifica automatica che proveniva direttamente dal suo sito da freelancer. Si appuntò mentalmente di disattivarle. Lesse le altre mail non ancora aperte nella sua casella, ma nessuna era importante: erano tutte relative a lavori che aveva già fatto. Fece mente locale e pensò a quello che avrebbe dovuto portare a termine durante la giornata. Finito il caffè chiuse il computer e afferrò il suo lettore mp3, scelse una playlist e si mise le cuffie Bluetooth in testa. Era in riproduzione Blackbird, dei Beatles. Li ascoltava spesso perché gli facevano ricordare la città in cui sia lui sia loro erano cresciuti. La prima volta che li aveva sentiti era stato a undici anni, in un tipico pub di Liverpool, quando una band sconosciuta fece una cover di qualche loro canzone.

Mentre pensava a queste cose, l’uomo afferrò la sua reflex, il suo monopattino e uscì in cerca di altre storie.  

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